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Toulouse-Lautrec: il mondo Fuggevole

Dopo la mostra su Caravaggio abbiamo giusto il tempo per un panino al volo e siamo di nuovo “sul pezzo” per visitare un’altra esposizione: Toulouse-Lautrec, il mondo Fuggevole.

Varcata la soglia della mostra ci troviamo avvolte dal grigiume delle pareti e delle fotografie, che riflettono il contesto familiare borghese e conservatore ponendolo in opposizione alla figura dell’ artista, irriverente, dissacrante e moderno. Capiamo che la sua malattia, simile al nanismo, lo aveva portato a detestare la propria immagine e a sviluppare, come reazione, un forte senso autoironico!

Avanzando fra le sale ci si trova pian piano immersi in quella che è la quotidianità che Toulouse-Lautrec aveva scelto, decidendo di frequentare i chiassosi locali di Montmartre e non gli eleganti salotti borghesi. Abbiamo avuto modo di conoscere le vite travagliate di alcune ballerine e attrici come Jane Avril e Louise Weber, fonte d’ispirazione per i più celebri manifesti eseguiti dall’artista. Scopriamo la grande influenza che ha avuto su di lui (come su molti suoi contemporanei) la scoperta delle xilografie giapponesi, affiancate più volte come paragone durante il percorso. Dall’arte giapponese riprende soprattutto il tratto sintetico (a volte caricaturale) e l’attenzione nel cogliere la tensione emotiva delle ballerine, tipica dalle raffigurazioni del teatro kabuki.

Musiche, danze e colori ci conducono a passo di Can-can verso le ultime sale che ci permettono di conoscere un altro mondo a cui Lautrec era affezionato: le maisons closes. L’artista, additato come depravato dall’ipocrita borghesia contemporanea, ci mostra, in antitesi ai suoi richiestissimi e moderni manifesti pubblicitari, l’intimità delle case chiuse e, in un certo senso anche la propria. In queste opere descrive la quotidianità delle ragazze con occhi privi di giudizio e voyeurismo.

Grazie al suo spiccato senso dell’umorismo e il suo intelletto fino Toulouse-Lautrec era una piacevole compagnia per tutti coloro che decidessero di frequentarlo all’interno di quel “mondo fuggevole” di cui è stato un così abile narratore.

“Dentro Caravaggio”: il genio e la tecnica pittorica

Per passare una domenica diversa decidiamo di andare finalmente a visitare le mostre di Palazzo Reale. Le prenotazioni per la mostra su Caravaggio erano tutte esaurite ma, hey! Nessun problema! Arriviamo quaranta minuti prima dell’apertura e saremo tra i primi ad entrare! Infatti…

… dopo sole 4 ore di coda, accarezzate dalla gentile brezza dell’inverno milanese, ci apprestiamo a visitare la tanto sospirata mostra.

Appena entrate notiamo subito che l’allestimento rispecchia l’estetica caravaggesca ricca di contrasti chiaroscurali. Tinte terrose alle pareti e punti luce che fendono l’ombra circostante per illuminare opere e didascalie.

Sospinti dalla fiumana di visitatori notiamo che ciascun quadro è affiancato da uno schermo che mostra la corrispondente immagine eseguita con la “riflettografia infrarossa”. E che cosa sarebbe? Wikipedia ci aiuta spiegandoci che: ”si tratta di una tecnica che non danneggia le opere e che consente di rivelare gli strati sottostanti di pitture su tela, tavola o carta, in modo da visualizzare l’eventuale presenza di disegni preparatori o restauri successivi”. Potete immaginare quanto sia interessante poter esplorare le opere di Caravaggio dall’”interno”.

Scopriamo quindi che l’artista maturo preparava la tela con una base bruna, su di essa tracciava alcune brevi incisioni per abbozzare la scena e procedeva quasi subito a pennello, evidenziando i chiari con la biacca. Sfumava i chiari nel bruno della preparazione e aggiungeva dove necessario un colore più scuro. Osservando le opere notiamo quindi che ci sono ampie zone non dipinte (“a risparmio”) che rivelano la preparazione. Il tutto eseguito dal vero: senza-nessun-disegno-o-schizzo-preparatorio. Corbezzoli!

Caravaggio non è descritto come un genio incompreso, ma “diviso” tra le corti e le osterie, la ricchezza e la povertà, la luce e l’ombra. Una situazione di precaria contraddizione che lo porterà, dopo l’uccisione di Ranuccio Tomassoni, ad anni di fughe (durante i quali dipinge alcuni tra i suoi quadri più tragici quasi fossero richieste di assoluzione) e poi alla morte.

L’ esposizione, né troppo lunga né troppo corta (20 quadri provenienti da mezzo mondo) ci mostra l’uomo-pittore che ritrae il divino nel quotidiano e che, pur avendo il coltello facile e rappresentando prostitute (a quel tempo riconoscibilissime) nei panni della Vergine, aveva una nutrita schiera di finanziatori e protettori. Ancora oggi il suo nome su un manifesto richiama milioni di persone, desiderose di ammirare dal vivo il suo Genio.